di Giuseppe Longo
Epifania 2026, una edizione-chiave per festeggiare, con questa nuova uscita della storica rivista annuale “Il Pignarûl”, un anniversario molto importante: i primi 25 anni del Ramandolo Docg, il famoso bianco prodotto sulle suggestive colline tra Nimis e Tarcento. Un’occasione, dunque, adatta per compiere alcune riflessioni, ma anche opportune rievocazioni, se non altro per rendere merito a chi ha contribuito a raggiungere il brillante e atteso risultato che ha segnato una vera e propria svolta nella produzione di questo nettare. Un’analisi che segue e riprende quanto, qualche anno fa, avevo avuto occasione di proporre su Agenda Friulana, la bellissima pubblicazione che festeggia mezzo secolo di vita, visto che Chiandetti Editore la ideò proprio lo stesso anno del terremoto che sconvolse decine di paesi del nostro Friuli, tra cui anche Nimis e Tarcento che danno origine a questo prestigioso vino.
Oro antico – “Oro di Ramandolo”. Non poteva essere definito in modo migliore il grande bianco, “dolce-non dolce”, tannico, passito, aromatico con una sinfonia di profumi che lo rende unico. E giallo, appunto, come l’oro antico. “Oro di Ramandolo” è il nome che un gruppo di produttori lungimiranti ha voluto dare a una manifestazione che celebrasse nella ricorrenza di San Martino questo nettare, orgoglio e vanto dei viticoltori di Nimis e Tarcento che hanno voluto difenderlo tenacemente, ottenendo con fatica, ma alla fine con immensa soddisfazione, la prima Docg del Friuli Venezia Giulia. Come dire che proprio in questi vigneti coltivati non senza sacrifici – c’è chi l’ha definita “viticoltura eroica”! – sulle pendici del monte Bernadia e sulle colline più prossime si ottiene un vino che ha avuto il privilegio di essere contrassegnato con il marchio di qualità più prestigioso, cioè la denominazione di origine controllata e garantita.
Un riconoscimento ottenuto nell’ormai lontano 2001, dopo un iter legislativo molto complesso, che nel suo ventennale si desiderava festeggiare adeguatamente. Ma l’emergenza saniitaria scatenata dal Covid o Coronavirus che dir si voglia – i nomi con cui sarà tristemente ricordato il tremendo morbo che ha sconvolto per tre anni le vite di noi tutti – ha impedito ogni iniziativa. Come pure non è stato possibile celebrare il mezzo secolo di vita dei Colli orientali del Friuli – nel cui lembo più settentrionale si trova proprio il “cru” del Ramandolo vegliato dalla storica chiesetta-simbolo di San Giovanni Battista -, la seconda Doc nata nella nostra regione, era il 1970, dopo quella del Collio che aveva fatto da coraggioso apripista all’indomani dell’approvazione della legge istitutiva – la famosa 930 del 1963 – delle denominazioni di origine italiane. Ma al di là dei festeggiamenti mancati – e che, comunque, possono essere recuperati proprio in questo venticinquesimo della Docg -, il dato che conta è quello di poter fruire di uno straordinario strumento di tutela che metta al riparo da frodi o sleali concorrenze, riconoscendo altresì i meriti di questi produttori che, pur rimanendo fedeli alla tradizione, hanno saputo soprattutto in questi ultimi decenni crescere e innovarsi, dando vita a un vino fra i più prestigiosi del Vigneto Fvg e che proprio la definizione “Oro di Ramandolo” fotografa nel migliore dei modi. Veramente bravi quanti hanno avuto questa geniale intuizione!
Oltre 40 anni fa – La Docg Ramandolo è dunque stata la prima ad essere istituita nella nostra regione – correva l’anno 2001 – e prima, ovviamente, nei Colli orientali del Friuli, l’unica denominazione di origine controllata del Vigneto Fvg che può vantare delle Docg, il massimo blasone di qualità per un vino. Infatti, dopo il Ramandolo, le colline “protette” dallo Spadone di Marquardo hanno meritato, nel volgere di pochi anni, il prestigioso riconoscimento per il Picolit e per gli storici vigneti che abbracciano l’Abbazia di Rosazzo, al fine di valorizzare un uvaggio bianco prestigioso formato per almeno il 50 per cento da Friulano (ex Tocai) e quindi da Sauvignon, Pinot bianco e/o Chardonnay e Ribolla gialla, storico vitigno autoctono che in questi ultimi anni ha registrato una vera e propria riscoperta, registrando un clamoroso successo con la versione spumantizzata. Tutti vini bianchi, dunque, con il massimo riconoscimento di qualità: d’altra parte, il Friuli non è indicato da tutti come terra d’eccellenza per vini bianchi che si sono fatti conoscere, e amare, in tutto il mondo? Ma tornando al Ramandolo, e facendo un po’ di storia, bisogna riconoscere che l’iter per il raggiungimento della denominazione di origine controllata e garantita non è stato né breve, né facile. L’azione di difesa del nome geografico che fa capo alla piccola borgata a nord di Nimis – e del quale beneficiano anche i vigneti tarcentini delle colline che vanno da Sedilis a Coia – è partita agli inizi degli anni Ottanta, pochi anni dopo il terremoto mentre era ancora in corso la ricostruzione delle case: all’epoca ero assessore all’agricoltura nella Giunta guidata dal sindaco Giovanni Roberto Mattiuzza. All’origine dell’iter la richiesta di tutela avanzata dalla Cooperativa agricola di Ramandolo, in quegli anni guidata dal giovane viticoltore Dario Coos, e un ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale di Nimis e fatto proprio dall’allora Comunità montana Valli del Torre, presieduta dal compianto Sergio Sinicco. Il percorso legislativo fu quindi abbastanza complesso in quanto il primo decreto di riconoscimento della Doc (si badi bene, non ancora Docg) non veniva incontro alle richieste dei prodouttori locali, in quanto il nome geografico Ramandolo – al posto di quello della varietà di vite, Verduzzo friulano – poteva essere utilizzato in tutta l’area dei Colli orientali con comprensibile grave danno per i richiedenti del Comune di Nimis.

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L’omaggio del Pignarûl
(g.l.) Le Grandi Verticali del Vino oggi, 29 gennaio, approdano, dunque, a Nimis per la degustazione del Ramandolo Docg coordinata dal dottor Matteo Bellotto: l’appuntamento è alle 19.30 nella sede della famosa disttilleria “Giacomo Ceschia”, la più antica del Friuli. La manifestazione è organizzata, come è noto, dalle Città del vino del Friuli Venezia Giulia guidate da Tiziano Venturini. E al prestigioso bianco ottenuto nei vigneti ai piedi del monte Bernadia, tra Nimis e Tarcento, ha reso omaggio “Il Pignarûl”, la bellissima rivista annuale, pubblicata in occasione dell’Epifania tarcentina e diretta da decenni dal professor Luigi Di Lenardo. Si tratta di un ampio articolo che riproponiamo oggi integralmente su questo blog proprio in occasione della Grande Verticale dedicata al Ramandolo Docg.
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Anche il Tribunale – Il nome Ramandolo “svenduto” a tutti i Colli orientali? Inaccettabile e bocciato senza possibilità di appello il pronunciamento del Ministero dell’Agricoltura che, con un escamotage apparso subito molto controverso, aveva cercato di accontentare sia i vignaioli di tutta l’area Doc sia quelli di Nimis e Tarcento concedendo agli stessi la possibilità di vendere il loro vino come “Ramandolo Classico”. Suggestiva e affascinante la “trovata” per gli esperti, ma fonte di sicura confusione commerciale per il consumatore medio, con grave danno per la produzione nel suo complesso. Per cui l’unica cosa che rimaneva da fare per correggere lo “svarione” legislativo era il ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo del Lazio. Ricordo ancora i viaggi che feci a Roma assieme al presidente della Cooperativa agricola di Ramandolo per concordare la strategia rivendicativa e difensiva con gli avvocati Cappelli e De Caterini cui era stato affidato il ricorso. Dal Friuli faceva da tramite lo studio legale dell’avvocato Antonio Comelli, allora presidente della Regione Fvg – che dall’inizio aveva seguito con grande interesse e partecipazione l’iter avviato dai suoi concittadini per la tutela del nome Ramandolo -, con l’apporto tecnico di Orfeo Salvador (anche nella sua qualità di componente del Comitato nazionale per le denominazioni di origine dei vini) e di Ennio Nussi, presidente e direttore del Centro regionale vitivinicolo. Tre persone che ormai da molti anni mancano tra noi e alle quali i viticoltori di Nimis debbono riconoscenza. Alla fine, la causa dinanzi al Tar fu coronata dal tanto auspicato successo, tanto che il nuovo decreto, pubblicato nel 1992, prevedeva che il nome Ramandolo potesse essere usato soltanto per il vino prodotto in una piccola area ritagliata a cavallo tra Nimis e Tarcento, mentre nel resto dei Colli orientali del Friuli l’etichetta avrebbe dovuto riportare soltanto l’indicazione del nome della varietà di vite, e cioè Verduzzo friulano. La tenacia dei produttori, ma anche dei loro rappresentanti e dei pubblici amministratori, aveva vinto, tanto da meritare il prestigioso premio Risit d’Aur delle Distillerie Nonino di Percoto. A quel punto non rimaneva che tentare la scalata all’ultimo tratto della “piramide” dei vini: quella, appunto, della denominazione di origine controllata e garantita, la Docg. Cosa che, fortunatamente, avvenne in tempi molto più rapidi rispetto a quelli richiesti per la delimitazione dell’area produttiva e l’approvazione del primo disciplinare.
Piramide di qualità – L’apice della “piramide” dei vini alla fine è stato felicemente raggiunto. Motore della nuova iniziativa di riconoscimento il Consorzio di tutela del Ramandolo, che nel frattempo era stato costituito, anche in questa occasione con il sostegno del Comune di Nimis allora guidato dal sindaco Renato Picogna. L’associazione fra produttori, presieduta dal giovane Paolo Comelli, avviò la procedura di riconoscimento con una pratica correttamente impostata, ancora con il supporto del citato Orfeo Salvador, ottenendo in poco tempo un risultato che poneva Nimis, con il suo Ramandolo, al vertice dei vini più prestigiosi, avendo ottenuto per primo in Friuli Venezia Giulia il massimo riconoscimento. In tutto l’iter, dai suoi primi passi al successo finale con la pubblicazione del decreto di riconoscimento, avvenuto appunto nel 2001, era durato una ventina d’anni: tanti, certamente, e pure complicati, almeno in quella prima parte che mi vide testimone. Al riconoscimento l’agronomo Claudio Fabbro, grande conoscitore della viticoltura friulana, ha dedicato interessanti e documentati lavori che gli interessati possono facilmente reperire in Internet. Inoltre, nel citato 2001 il Consorzio di tutela dette alle stampe un bellissimo volume, con testi di qualità in italiano e in inglese, corredati da fotografie meravigliose, dal titolo “Il Ramandolo sui Colli orientali del Friuli” (Edizioni Archivio Tommasoli di Verona). Immagini di Alessandra e Sirio Tommasoli con contributi dei citati Claudio Fabbro e Orfeo Salvador, di Piero Pittaro (anche lui, purtroppo, non c’è più) e Fulvio Ursini, oltre che del sottoscritto. Il libro venne realizzato grazie alla collaborazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone e dell’allora Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura di Udine, con il contributo dell’Unione Europea tramite l’Obiettivo 5B. Un volume, presentato durante un corposo convegno, che costituì la base di partenza di una capillare e mirata azione promozionale per la valorizzazione e la divulgazione presso una cerchia sempre più vasta di consumatori del “Ramandolo Docg”. Azione che di lì a poco non vide più diretto protagonista il Consorzio di tutela con sede a Nimis, in quanto lo stesso confluito nel ben più grande Consorzio per la tutela dei Colli orientali del Friuli (oggi Friuli Colli orientali) con l’aggiunta della specificazione “Ramandolo”, che oggi però non ha più sede a Cividale bensì nella lontana Corno di Rosazzo, all’estremo lembo sud della Doc collinare.

Vigna-giardino – Ma dove viene prodotto il Ramandolo Docg? La sottozona ritagliata nell’area più settentrionale dei Colli orientali del Friuli – più simpatico ed efficace chiamarla “cru” con un francesismo che va tanto di moda come, per esempio, “terroir” per specificare soprattutto territorio e condizioni ambientali, come il microclima – si estende, ai piedi del monte Bernadia, a cavallo dei Comuni di Nimis e Tarcento, vale a dire nei vigneti più vocati di Nimis, Ramandolo e Torlano per continuare con quelli di Cloz, Sedilis e Moric, fino a Coja dove la sera dell’Epifania si accende il famoso “Pignarûl Grant” che, secondo antica tradizione, indica come sarà la successiva annata agraria. Si tratta della cosiddetta “vigna-giardino” coltivata, non senza sacrifici da una forza-lavoro che purtroppo si riduce e invecchia sempre più, su colline marnose, di origine eocenica, costituite di un’argilla friabile che non fa ristagnare l’acqua, nota da queste parti come “ponca”. Si tratta di un’area minuscola, se rapportata ad altre zone del Vigneto Fvg o ai colossi di altre regioni. Gli ettari rivendicati alla Docg, secondo i più aggiornati dati Ismea risalenti al 2020, sono appena una quarantina dai quali non si riesce a raggiungere un migliaio di ettolitri. Poca cosa si dirà. Certamente, ma di alta qualità, tale da costituire il fiore all’occhiello della produzione vitivinicola locale, che si esprime anche nella produzione, con le sue bionde vinacce, della famosissima Grappa di Ramandolo, che esce dagli alambicchi della locale Distilleria “Giacomo Ceschia”, la pià antica della regione in quanto fu fondata nel lontano 1886, appena vent’anni dopo che il Friuli era diventato italiano. Il vitigno idoneo alla produzione del vino in questione è il Verduzzo friulano che in questa zona è ampiamente coltivato nel clone “giallo”. I vigneti, sono allevati nella stragrande maggioranza dei casi con la forma cosiddetta alla “cappuccina” (doppio capovolto), anche se nei tempi più recenti molti produttori hanno introdotto sistemi innovativi che danno ottimi risultati in termini di qualità, perché quantitativamente qualunque sia la forma di allevamento la produzione è molto bassa, tale da rispettare facilmente i limiti previsti dal disciplinare. La raccolta delle uve è tardiva, molto spesso con una leggera supermaturazione sulla pianta tanto che, nelle annate favorevoli, la vendemmia tutta manuale può anche arrivare a fine ottobre. Ma per ottenere l’appassimento richiesto, tanti produttori preferiscono raccogliere le uve direttamente in cassette da sottoporre a una ventilazione controllata per poter ridurre l’acqua dei grappoli (abbassando ulteriormente la resa per ettaro) ed aumentare la concentrazione zuccherina.
Piace a tutti – All’inizio di queste riflessioni-rievocazioni sul Ramandolo Docg avevo fatto cenno a un vino “dolce-non dolce”. Detta in questi termini, sembrerebbe un controsenso, una sorta di ossimoro. Invece è proprio così, perché la frazione dolce espressa dall’alta concentrazione di zuccheri – ottenuta, come osservavo con una supermaturazione naturale sulla vite, posticipando la vendemmia, o con un appassimento “forzato” – viene mitigata e armonizzata dalla significativa presenza di acidi e tannini, prerogativa riconosciuta alla varietà coltivata, vale a dire il Verduzzo friulano clone giallo. Si tratta, infatti, di un’uva nelle cui bucce sono abbondantemente rappresentati questi polifenoli e la loro armonizzazione con la componente glucidica è dovuta alla sapienza di produttori ed enologi, i quali soprattutto in questi ultimi decenni hanno saputo sposare la tradizione con l’innovazione ottenendo vini di grande pregio. “L’interazione delle condizioni climatiche, della conformazione del territorio e delle pratiche vitivinicole dei produttori si traducono – informa il disciplinare di produzione – in un vino di color oro, leggermente tannico, di corpo, amabile, con profumo di acacia, di frutta matura come le susine, le albicocche ed il miele di montagna, molto equilibrato e piacevole, l’acidità totale è buona, mentre l’acidità volatile, come tutti i grandi vini da meditazione che hanno avuto un periodo di appassimento più o meno marcato, raggiunge valori anche al di sopra della media, senza risultare però mai squilibrata, considerata l’elevata struttura data da un estratto non riduttore sicuramente importante”. Un vino, quindi, con una ricca personalità che sarebbe sbagliato indicare sbrigativamente soltanto “da dessert”. Va bene, anzi benissimo, con una pasticceria secca a cominciare dai tradizionali “uessuz” di cui era famoso il forno della famiglia Grassi (“Frare”) nella borgata di San Gervasio, la cui ricetta “top secret” oggi è “imitata” da altri pasticceri friulani, ma l’intesa è molto efficace anche con i formaggi erborinati e stagionati, fra cui quello, veramente ottimo, aromatizzato proprio con le vinacce del Verduzzo giallo. Ma anche con il delicato “foie gras” che piace molto ai gourmet. Tanti, però, preferiscono non abbinarlo affatto, sorseggiandolo semplicemente così, conversando o leggendo un libro. Il Ramandolo è, infatti, anche vino “da meditazione”. Insomma, adatto per accontentare diversi gusti e palati..
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In copertina, belle bottiglie nell’ultima edizione di “Oro di Ramandolo”; all’interno, grappoli di Verduzzo friulano, la zona produttiva ai piedi del monte Bernadia a Nimis e a Sedilis.
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